Al Dipartimento di Studi Umanistici, nell’ambito del PREMIO DI TRADUZIONE – VIII FESTIVAL POESIA CIVILE, lunedì 7 maggio Giovanni Caravaggi, professore emerito dell’Università di Pavia, ispanista, filologo e poeta, ha tenuto la lezione inaugurale del seminario La traduzione, perenne tirocinio, destinato ai partecipanti al premio.

Spaziando lungo quarant’anni di carriera, tra filologia e traduzione, e lungo il ricco corso della poesia spagnola – dai cancioneros medievali e l’originale petrarchismo di Juan Boscán fino alle esperienze moderne di Antonio Machado e Federico García Lorca, ma passando per il teatro classico (Calderón, El alcalde de Zalamea) e per la grande poesia mistica di san Giovanni della Croce–, Giovanni Caravaggi ha offerto uno spaccato fecondo e affascinante del mestiere del traduttore.

Ci ha rammentato il valore civile della fedeltà al testo (fedeltà filologica all’originale dell’autore, prima ancora che fedeltà traduttiva) e del confronto paziente e serrato con l’opera che si traduce: rime e ritmi scelti; musicalità o asprezza dei versi; tonalità e sfumature linguistiche; uso delle fonti o della tradizione poetica (italiana, nel caso del petrarchismo, con il rischio, a volte, di ingannevoli retrotraduzioni); stratificazione semantica della poesia…

Tuttto ciò entra in gioco nell’incontro-scontro con il testo, ossia con il mondo umano e poetico con il quale si entra in relazione, da accogliere nella sua collocazione storica e nella sua interpretazione, spesso ardua (o, in ogni caso, non definitiva).

Mestiere difficile quello del traduttore, e sempre destinato all’insoddisfazione, ma sempre da coltivare, nella sua irrinunciabile – seppur imperfetta – funzione culturale e comunicativa.

Una grande lezione di vita, oltre che di traduttologia e di filologia.

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