L’artista Emilio Isgrò si racconta attraverso le sue opere e la sua scrittura in un incontro che vuole insegnare a tenere sempre viva la memoria del passato.
Sabato 8 novembre alle ore 12 il museo Leone di Vercelli ospiterà Emilio Isgrò e la sua arte, infatti l’evento prevede l’esposizione di alcune opere e letture da L’avventurosa vita di Emilio Isgrò, pubblicato nel 1975 e ripubblicato da Interlinea nel 2025.
Quest’opera singolare è raccontata da chi dovrebbe leggerla: 327 testimoni forniscono un ritratto dell’autore sconcertante e contraddittorio, lasciando spazio ad altre possibili testimonianze. Le moderne tecniche di “coinvolgimento”, anche quelle più avanzate, vengono così mostrate lucidamente e sarcasticamente per quello che sono: strizzate d’occhio a un pubblico di “intenditori”. Non c’è bisogno di precisare, perché il lettore non scambi il libro per un’autobiografia, che le dichiarazioni comprese nel romanzo (tranne una o due) sono tutte inventate. Da chi non si sa.
Emilio Isgrò, nato a Barcellona di Sicilia nel 1937 è artista concettuale e pittore di fama internazionale ma anche poeta, scrittore, drammaturgo e regista. A partire dagli anni sessanta ha dato vita a un’opera tra le più rivoluzionarie e originali, che gli ha valso diverse partecipazioni alla Biennale di Venezia e il primo premio alla Biennale di San Paolo. Dal 1956 vive e lavora a Milano, salvo una parentesi a Venezia tra il 1960 e il 1967 in cui è stato responsabile delle pagine culturali del “Gazzettino”. Le sue mostre sono programmate nei maggiori musei del mondo.
Riguardo la forma d’arte che lo ha reso celebre, ovvero la cancellatura, l’autore precisa: «Cancello da una vita ma il mio cancellare non l’ho mai usato come forma di censura, ma come riflessione sul linguaggio umano. La mia è una forma di riflessione sulla realtà e comunicazione tra gli uomini. Il mio lavoro è il contrario della cancel culture: oggi sono in molti a chiedermi cosa ne penso e io sono diventato una specie di convitato di pietra dei misfatti di Don Giovanni. […] Cancellare, non uccidere ma queste sono le mie intenzioni, non di altri. Bisogna, però, tenere bene a mente che, purtroppo, la censura può esistere nelle migliori democrazie e tornare. Se la cancel culture avesse anche la più nobile delle intenzioni, si deve tener conto – citando Gide – che le buone intenzioni portano spesso all’inferno, che la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni».
